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Sono sempre stupita quando leggo i commenti di chi ci segue, e oggi mi sono detta che è il momento di spiegarvi meglio come è cambiata la nostra vita. Attenzione, che è complicato! 🙂

Io e il Principe non stiamo più insieme, di fatto da un bel po’. Da inizio 2013 io e Paoling siamo partite e abbiamo passato 2 anni e mezzo vicino a Roma, e poi siamo venute a vivere nel Nord della Francia.
Col Principe abbiamo molto parlato, discusso, ci sono stati momenti di freddo e gelo e poi invece, come sempre secondo me quando si dice la verità, il nostro rapporto si è evoluto verso quello che era nel fondo, siamo famiglia, ma non una coppia. Il Principe e Paoling stando lontani hanno imparato anche a desiderarsi, a parlarsi, e a conoscersi, lo so che sembra paradossale ma un uragano come lei su questo ragazzo aveva effetto di radere tutto al suolo e togliergli sicurezza, e farlo essere sempre teso e arrabbiato e avevano dimenticato tutti e due come vedere negli occhi dell’altro l’amore che c’è.

Io un giorno sono andata a lavorare, e mi sono innamorata. Del Tulipano Nero, questo francese così diverso dal Principe e così naturalmente vicino a chi sono e a chi sono sempre stata che lasciarmi trasportare è stato un attimo. Un attimo a cui sono seguiti anni di verità dolorose dette ad alta voce al Principe, e alla paura che non potessimo più offrire a Paoling l’adozione se ne avesse avuto bisogno.

Non ho mai avuto paura di perderla, la mia Paoling, perchè da quando la situazione è cambiata e i servizi ci hanno detto che chiamarci mamma e papà e figlia era ormai possibile e naturale, ho sempre saputo che non ci sarebbe mai stato modo o motivo per allontanarci. Ho avuto però paura che con le scelte di vita nostre, nel momento in cui lei avesse avuto bisogno di un’adozione, non sarebbe più stato possibile.

Ed é qui che ho trovato i servizi sociali ad ascoltarmi. Assistente sociale, psicologa, alle quali ho spiegato la verità, e anche la frustrazione, di restare per 6 anni ostaggio dello Stato, a fare di fatto un servizio per loro, con in mezzo le nostre vite e quella di Paoling e le cose che cambiano e le persone che si trasformano.
E loro hanno ascoltato davvero. E quando il giudice ci ha chiesto se volevamo adottarla, abbiamo spiegato che vivevamo in città diverse perchè siamo una famiglia. Ed era la verità, è ancora la verità.

Avrei potuto adottarla da sola, la mia Paoling, adozione per motivi speciali come quella che abbiamo fatto sarebbe stata possibile anche per single in caso di nostra separazione. Però nessuno mi venga a dire che il Principe non è il suo papà. Mi basta vederli abbracciati quando si incontrano, o sbirciare sul cellulare di lei i loro messaggi.

E quindi adesso la nostra famiglia come è fatta?

Sempre sparpagliata in giro per l’Europa, ci sono i nonni e il Principe in Piemonte, insieme al nostro vecchio amico Bombolo e i suoi genitori, agli zii e cuginetta di Paoling, c’è lo Zione cinico in Finlandia, ci sono le amiche del cuore di Paoling vicino a Roma, e nella nostra casa francese c’è il nostro cagnetto italiano, il Tulipano nero e per metà del tempo i suoi due figli, la Bionda di 11 anni e mezzo e il Terribile di 9 e mezzo.

E quindi se continuerete a leggerci parleremo di questa famiglia sempre più strana. E anche sempre più famiglia.

Ps: oggi intanto in Italia la mia Paoling incontra la sorella dopo 6 mesi. Speriamo vada tutto bene.

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Siamo a New York io e Paoling, dallo scorso giovedì. Giriamo, vistiamo, facciamo shopping, insomma, è un vero viaggio rilassante tra ragazze (certo si una delle due è più impegnata a far divertire l’altra altrimenti non si spiegherebbe il Museo delle Cere…).

Paoling ha 12 anni e mezzo, aspetta di essere grande, si veste tutta carina, e se guardo le foto dell’anno scorso mi sembra cresciuta almeno di 3. Comincia a rendersi conto che alcuni sguardi su di lei sono diversi, e ne abbiamo parlato diverse volte.

Stasera eravamo al ristorante, qui a New York, vicino all’hotel per poi venire presto in stanza per una serata di maschere di bellezza coreane comprate oggi (troppo belle!). Paoling ad un tratto mi dice, terrorizzata, che un tavolo di 5 uomini sui 45 anni a cui io davo le spalle l’aveva guardata, ridendo.

Mi dice vai a chiedergli perchè. Mi giro, li guardo, parlavano tranquilli tra loro.
Le dico che se avessero detto qualcosa di strano non lo direbbero a me, e mi sembravano davvero tranquilli, nessuno schiamazzo, nè risate strane.

Le dico anche che lei seduta li tranquilla sembra proprio una bambina, e che un gruppo di uomini di quell’età che fanno commenti pesanti in pubblico su una bambina con i camerieri che passano mi sembra davvero impensabile. Le dico che capisco che si sia sentita male ma che non sappiamo cosa abbiano detto. Ci scambiamo di posto, e i 5 non si girano mentre lo facciamo, nè si girano più verso di noi per tutta la cena.

Paoling ha paura, vuole andare via subito. Piange addirittura.

Andiamo via, parliamo con calma arrivate nella stanza, e dopo la solita mezz’ora di riscaldamento, nella quale le dico che è giusto essere attenta ma non avere paura di tutti gli uomini sempre, viene fuori il perchè di questa cosa.

Paoling ha la stessa età che aveva sua sorella quando è stata molestata in casa dal Padrino. Sorella che lei non vede da tempo e vedrà, contenta di farlo, a luglio. Lei dice che guardando quegli uomini, che forse non parlavano davvero di lei, aggiunge, ha pensato a sua sorella alla sua età e a quanto le avrebbe fatto schifo essere toccata da uno di loro, come era successo alla sorella,

Mi dico che è molto che non parliamo di queste cose, e lei è cresciuta ed ora le vede diversamente. E’ arrabbiata col Padrino ma anche con sua mamma.
Mi dice che vorrebbe vedere sua mamma per chiederle il perchè.
Le dico che non si fa a 12 anni, di parlare con una persona così problematica, perchè non avrà mai risposte. Le dico che lo farà da grande quando saprà ascoltare anche le bugie o i silenzi.

Adesso lei fa la doccia, tra poco serata creme.
E io boccheggio. Ci sono cose che mi tolgono il respiro.

Ci penso spesso ai giorni in cui scrivevo assiduamente questo blog. Avevo bisogno di mettere giù in parole le cose che accadevano, era tutto troppo denso, troppo complicato per tenerlo dentro.

Oggi mi manca, e mi piacerebbe raccontarvi qualcosa della vita di Paoling di oggi.

La mia Paoling adesso ha 12 anni e mezzo, vive in Francia con me. Il nostro Principe è sempre nella nostra vita, anche se in modo diverso, è il papà di Paoling ma vive in Italia e lo vediamo sempre, andiamo da lui, viene da noi, un gran viavai di aerei e treni e whatsapp e la nostra famiglia funziona cosí.

Paoling adesso ha una carta d’identità con sopra i nomi dei suoi genitori, che siamo noi, e da quando l’abbiamo adottata non teme più i controlli in aeroporto, e tutte le spiegazioni bizzarre che abbiamo sempre dovuto dare per andare in giro.

Paoling ha anche un passaporto, e come promesso tanti anni fa, tra pochi giorni la porterò a New York per festeggiare.

Paoling parla francese con un accento perfetto, gioca a pallavolo, è snella, vanitosa e bellissima, e i suoi occhi sono sempre gli stessi, luminosi e scuri. Va a scuola in monopattino, come si usa qui, e quando torna sorride. Ha dei voti stellari, fa a volte casino con i quaderni e sbotta come qualsiasi adolescente, e poi si pente.

Paoling vede ancora qualche volta sua sorella, che sembra stare meglio. Il suo amico Bombolo è sempre suo amico, si vedono sempre anche se abitano a 1000 km di distanza e si amano come fratelli, come sempre.

Paoling ha anche altri pezzi di famiglia nuova: il mio compagno francese, ed i suoi figli. Lei sa bene che la famiglia non è sui pezzi di carta, ma è la storia che abbiamo insieme, le cose che ci succedono, la fatica che facciamo con gli altri per le cose di tutti i giorni. Paoling difende quello che è suo, divide la camera e il tempo e le attenzioni, perchè sa che ci sono cose nostre che nessuno ci può togliere.

Come la sua mamma. Questa cosa che è nata tra di noi, iniziata tra i miei sensi di colpa per l’affetto mancato e la sua diffidenza, è diventata il centro delle nostre sicurezze. Mezze matte, abbiamo abbracciato tutti i cambiamenti, di vita, di Paese, di affetti, sapendo che questo almeno non sarebbe cambiato mai.

Venerdì sono andata con Paoling ed una mia amica a pranzo al lago. Abbiamo giocato, respirato l’aria piena di sole, passeggiato, e poi abbiamo accompagnato Paoling a danza.

Tornando a casa, mentre Paoling chiedeva costantemente di mettere “la 12” del CD che lei si è fatta fare, mi è venuto in mente che era ora di tirare fuori uno dei miei “pensieri speciali”. Li chiamo così perchè quando aspettavo Paoling mi sono venute in mente mille cose che avremmo potuto fare o regali da farle, e allora ho deciso di pensarli, ragionarli, ma poi di centellinarli e di trovare per ciascuno di loro il periodo giusto per metterli in pratica.

Uno di questi era l’idea di mettere nella sua stanza l’ipod con le casse e di farle gestire l’ascolto della musica in libertà, in modo che passasse del tempo da sola, autonoma, e anche che potesse usare la musica per esprimersi.

Tornate a casa, insieme al Principe abbiamo sistemato il magico aggeggio nella cameretta, e l’abbiamo lasciata ad usarlo. (in verità, il buon Principe qualche borbottio sul fatto che sicuramente avrebbe esagerato l’ha fatto, ma poi è passato).

E’ stato come una magia: lei cantava, felice, e noi abbiamo passato tranquilli a fare le nostre cose il tempo che ci separava dalla cena, quando poi lei ha spento ed è scesa a mangiare con noi, tutta allegra.

Nella sua improbabile playlist figurano: Il mondo di Patty, con le sue canzonette ammiccanti in spagnolo-argentino, l’intramontabile Lady Gaga, Adele e il suo “Someone like you” che lei interpreta in perfetto inglese inventato, Jovanotti, i Counting Crows di Mr.Jones e … i Lunapop! Impagabile sentirla cantare “c’è qualcosa di grande fra di noooooiii”

La mattina dopo ha replicato: gli occhi brillanti e felici, la musica a palla, si è messa le scarpette da danza e ha passato un’oretta a ballare e a scatenarsi.

In cucina, leggendo il giornale, ascoltavo il suo italiano inventato molto divertita….

“cos’è successo la tua stella, la tua stella si è Grissata”….

Poi è scesa a fare colazione: “Ciao musica, a dopo!” le ho sentito dire.

Per tanti anni ho fatto un lavoro “da uomo”. Da quando avevo 21 anni sono stata, e sono ancora, Amministratore Unico di una società di servizi con un sacco di dipendenti e diverse sedi in Italia. Ho messo al servizio dell’azienda il talento, la voglia di fare, l’energia. Ho sacrificato un bel po’ di salute, ed anche un importante rapporto personale.

L’azienda mi ha ridato tanto: la soddisfazione di mettersi alla prova e farcela, per la prima volta non a scuola, la palestra dura dell’avere a che fare con gli altri in mille modi e da mille posizioni e punti di vista, e di forza, la tranquillità economica che normalmente un 20-30 enne non ha. L’azienda mi ha anche fatto conoscere il mio Principe, sotto le spoglie di un biondo ragazzino assunto nell’estate di 5 anni fa.

Sono passati un po’ di anni, e sono cambiate tante cose, ed ho attraversato tanti periodi diversi, dall’entusiasmo dell’azienda come laboratorio sociale, alla dissillusione del “ma tanto non ne vale la pena”, dall’orgoglio del “siamo onesti e paghiamo tutte le tasse” al vaffanculo del “porca miseria siamo solo noi che paghiamo tutte le tasse (e continuiamo a pagarle!)”.

Ci sono state tante delusioni, ma onestamente devo dire che sono sempre venute dagli altri. Per questi anni posso dirmi “brava”.

Ma… è ora di voltare pagina.

Lo chiede la mia mente, affollata di pensieri.

Lo chiede il mio corpo, nascosto dal peso accumulato di fuori mentre lo si accumulava anche dentro.

Ho bisogno di fare la donna, la mamma, la ragazza, la persona, per un po’. Di prendere fiato e guardarmi intorno. Di perdere tempo e godermi le cose, perfino la noia.

E’ strano, ma forse no, che proprio ora che sta arrivando Paoling sia arrivata anche una proposta importante che potrà farmi scendere da questa corriera (della donna in carriera) senza mandare a schiantarsi contro un muro gli altri che sono in corsa con me.

Sta cambiando tutto. E non vedo l’ora.

Ed è difficile attendere, difficile fare le valigie con calma in questo viaggio per l’ignoto, difficile capire cosa portare con me, chiudere le cerniere ed attendere pazientemente che arrivi l’ora del vero inizio.

In questi giorni, dopo la botta iniziale di entusiasmo e l’affaccendarsi in mille lavoretti di casa, dopo che le liste di cose da fare si sono esaurite e che le cose rimaste presuppongono che lei sia qui con noi, ecco arrivare, per la prima volta in questo lungo percorso, l’impazienza.

Eh si, perchè ora siamo pronti, ora emotivamente ci siamo, la stiamo immaginando, pensando… ed è ora di viverla questa marmocchia, è ora di cominciare!!

Comunque, ce ne staremo buoni buoni ad aspettare queste 3 settimane che mancano… covando con gioia!

Non ho scritto subito, non ero in grado.

Lunedì l’incontro in cui ci viene detto che siamo in valutazione per l’affido delle bimbe, nel nostro servizio sociale.

Martedì l’incontro finale del servizio della grande città, in cui oltre a bellissime parole ci viene detto che hanno in mente un abbinamento.

Lacrime, indecisione. Difficile capire cosa fare.

Le parole di chi ci ha accompagnato per mesi, altre parole di chi le bimbe le conosce davvero, e dall’altra parte l’emozione, il desiderio di credere che volere loro bene basterà, e di credere che è da noi che stanno per arrivare.

Tutto troppo complicato per descriverlo, anche qui ed ora.

Da un lato ci sono loro due, le bimbe che da mesi sono al centro del cuore, in una situazione difficile, con dei servizi assenti, che per mesi ci hanno ignorati e ora rispuntano, senza però far capire se davvero hanno in mente di provare a capire chi siamo noi o se soltanto vogliono far vedere che l0 hanno fatto.

Dall’altro c’è la struttura che ci ha ascoltato, accolto, provato a capire, che ha speso tempo e risorse per valutarci e conoscerci, e che ha pensato ad abbinarci con qualcuno che loro conoscono già, un bambino (o bambina, non lo sappiamo) che loro hanno identificato in base a quello che noi potremmo dare a lui.

Quale strada percorrere?

Io lo so qual’è quella giusta, come l’ho sempre sentito tutte le volte in cui ho dovuto decidere qualcosa di grosso ed importante. Lo sento qualè quella giusta.

Ora insieme al Principe dovremo capire e decidere, prima che lo facciano altri per noi.

Ieri ho fatto posto nell’armadio: due ante, alto fino al soffitto. L’ho svuotato di tutto, ho riaggiustato tutto il resto facendo pulizia, buttando via e ripiegando con cura. Ora c’è un’asta appendiabiti bassa, e ripiani fino in alto. E’ nella cabina armadio in corridoio, un passo fuori dalla camera dei bambini. In camera ci sono due cassettiere basse, con i cassetti vuoti.

Stamattina lo guardavo, e quel vuoto mi sembrava così promettente, lo spazio pulito e pronto per accogliere le cose di qualcuno che ancora non sa, che ancora non sappiamo, che arriverà da noi.

Davanti all’armadio mi è sembrato quasi che tutto fosse semplice, che la situazione intricata e confusa per la quale stiamo assurdamente annaspando fosse invece chiara e limpida, che bastasse prendere le cose e trasferirle qui, e iniziare a vivere.

Qualcosa succederà, lunedì si gioca un pezzo importante di questa partita assurda che è come un ostacolo sulla strada delle bimbe, come un pomeriggio passato a spostare pietre pesanti prima di una gara di corsa, una fatica che non serve e non fa bene a nessuno, perchè la sfida vera è il dopo, è la vita, sono i giorni che, forse, verranno.

E questo armadio per me oggi è già mezzo pieno.

Questa mattina mi sono svegliata con la voglia di essere positiva. E’ un tentativo, ma proviamo a guardare le cose in un modo diverso.

Abbiamo iniziato il percorso di avvicinamento affido in un modo superficiale e non soddisfacente, ma grazie a questo ci siamo guardati intorno e siamo approdati a Xxxxxx, dove gli incontri sono stati numerosi ed approfonditi, e dove siamo stati davvero presi per mano e guidati, dove il passato è stato riaperto per incontrare il futuro, e siamo diventati più consapevoli e forti.

Siamo entrati in punta di piedi nella comunità dei bimbi, e abbiamo trovato una miniera di affetto e di stimoli, di sfide e di umanità. Abbiamo visto da vicino il lavoro difficile degli educatori e apprezzato persone che lo fanno benissimo, abbiamo dato un volto a storie simili a quelle lette nei libri, e capito che le difficoltà sono ovunque ma si può costruire.

Abbiamo passato un Natale scintillante di giochi, di pensieri positivi e di voglia di donare, in tutti i modi questo si possa realizzare.

Ci siamo innamorati, follemente, di due piccole che ci hanno ricambiati e sommersi di gratificazioni e speranze per una loro vita migliore. Abbiamo negli occhi, nelle orecchie, nel cuore, nelle immagini che loro hanno scattato con la nostra macchina fotografica, una serie infinita di piccoli tesori che nessuno ci porterà mai via.

Abbiamo sperimentato la nostra forza quando le cose non sono andate come tutti speravano. Abbiamo visto che siamo in grado di accettare quello che non ci piace, ed abbiamo avuto la prova che tra il dire e il fare c’è di mezzo ben poco quando le cose sono importanti.

Abbiamo visto che l’unica cosa che davvero è insormontabile è la preoccupazione per la loro vita, per la loro felciità, e abbiamo sentito il peso delle lacrime silenziose, e capito che è davvero troppo pesante per tutti.

Siamo diventati più grandi, abbiamo pensato ma anche sentito, profondamente, e imparato a vivere a contatto con le emozioni. Questa è una cosa impagabile, se ripenso ai momenti di ansia degli anni passati era proprio questo che mancava.

Tutto questo quando ancora siamo alle soglie di questa esperienza, quando ancora l’affido non è iniziato.

Questa promette di essere davvero l’avventura della vita.

Ieri le due piccole della comunità sono venute a passare una giornata a casa nostra con noi. Quando siamo andate a prenderle la piccolina era elettrizzata, saltellava, rideva, diceva “quando andiamo?”, ci abbracciava e riprendeva a saltellare. La maggiore si teneva come sempre sul bordo delle cose, come ogni domenica quando arriviamo ci guarda un po’ timida e poi si lascia andare. Era lì che riordinava la stanza, un po’ confusa, ma ha sorriso quando le ho chiesto: “andiamo?”

Dopo un viaggio in macchina tutto fatto di: “è questa la tua casa? è quella li? quella la?” appena siamo arrivati davvero hanno riconosciuto subito i cani, salutandoli come se li avessero visti mille volte, anche se un po’ spaventate dalla loro mole. A fatica sono riuscite ad entrare tra code svolazzanti e tentativi di baci canini, poi hanno visitato la casa.

Arrivate nella stanza con il letto a castello hanno fatto volare via le scarpe e si sono messe tutte e due al piano di sopra, abbracciate al grande orso di peluche che viene ancora da casa di mia mamma. Poi è arrivato su il cane piccolino, e la macchina fotografica, e quindi si sono messe a fare le fotografe a turno, scattando istantanee di qualsiasi cosa. Il povero cane pur di rimanere in casa si lasciava trattare da modella e si metteva in posa, e poi queste piccole manine che lo accarezzavano gli piacevano sicuramente tanto!

La macchina fotografica è stata la costante di tutto il giorno, con le bimbe che ogni tanto correvano a prenderla e scattavano a turno.

Insieme abbiamo preparato la pizza, apparecchiato la tavola e mangiato tranquilli.

Poi mentre la piccola fingeva di dormire sul letto a castello con il Principe che le raccontava le storie io e la più grande abbiamo improvvisato una ricetta di torta, con tanto di farina rovesciata ovunque, in due gusti: al cioccolato nella formina a cuore, alla mela nello stampo di silicone a forma di farfalla.

Disegnando sulla lavagnetta insieme a mia mamma il tempo fino alla merenda è passato velocemente, e dopo aver mangiato le nostre creazioni ed aver impacchettato quello che rimaneva per gli altri bimbi della comunità abbiamo giocato al Mercante in Fiera, con la piccola che sbaragliava regolarmente gli avversari grazie ad una fortuna più che sfacciata e finiva gridando: ho vinto perchè sono il capo!

Un’ultima partita a calciobalilla in piedi sulle sedie, e poi era davvero ora di tornare a casa.

La piccola ha iniziato a piangere dicendo che lei voleva dormire nel letto a castello.

La grande mi ha guardata e mi ha detto: ma se in quella stanza non ci abita nessuno, non possiamo abitarci noi?

Abbiamo consolato la piccina, e spiegato a tutte e due che chiederemo il permesso la prossima volta di tenerle una notte a dormire qui. Abbiamo chiesto loro di collaborare, perchè se le avessimo riportate in ritardo o tristi difficilmente sarebbero potute tornare a trovarci, e invece sarebbe stato bello ripetere questa giornata tante volte.

Nonostante un ostruzionismo da professioniste, siamo riusciti ad essere in macchina ad un orario decente. La domanda loro era sempre la stessa: allora ora chiedi se possiamo tornare? ma allora quando sarà, sabato prossimo?

Arrivati in comunità la piccola è corsa come una matta a raccontare tutto quello che era successo, mentre la grande camminava piano, stando vicino a me. E’ rimasta attaccata alla mia gamba, silenziosa, e io le accarezzavo la testa mentre parlavo con l’educatrice e le raccontavo di come si fossero comportate bene, specialmente lei che aveva aiutato in cucina ed era stata sempre buona e giudiziosa. Mi ha abbracciato, ma non mi guardava in faccia, e stava piangendo silenziosa.

Quelle lacrime senza singhiozzi mi hanno davvero fatto male. Non il pianto dirotto e capriccioso della piccolina che non voleva che finisse un pomeriggio divertente e diverso in cui loro erano protagoniste felici, quello era un pianto leggero, da consolare con un abbraccio e la promessa di vederci ancora. Il pianto della più grande, che poi è sempre uno scricciolo di 6 anni, era diverso e non era un pianto per noi. Era la sua tristezza, il confronto con quella mamma che ha sempre dentro di se, probabilmente con quel giorno di Natale passato in famiglia al freddo e senza acqua corrente, lo stare in bilico tra quello e questo. E non essere in nessun luogo. Quando le ho detto: mettiamo i dolci rimasti nella pellicola così li porti a casa lei mi ha guardato e mi ha detto, candidamente: non è una casa, è una comunità.

Mentre guardo e riguardo la presentazione delle 267 fotografie che hanno fatto le piccole ieri, penso a quello che scriveva Gianni Rodari:

Quanto pesa una lacrima?
La lacrima di un bambino capriccioso pesa meno del vento.
La lacrima di un bambino affamato pesa più di tutta la terra.

Queste bambine di fame, dentro, ne hanno proprio tanta.

Diritti

Non esiste il diritto di una coppia ad avere un bambino, esiste il diritto di ogni bambino di avere una famiglia.

Tre orme sulla sabbia…

... Qui proveremo a parlare di quando alle orme del bambino che cammina lungo la spiaggia della sua vita e a quelle della sua famiglia biologica si affiancano le impronte di un’altra famiglia che, per un tempo indefinibile all’inizio, percorre il tragitto insieme a loro...

... Noi vogliamo provare ad esserci, senza prendere il posto di nessuno e senza prendere in braccio nessuno. Vogliamo offrire il braccio ad ogni passo, con la pioggia o con il sole...

Libri per saperne di più

E.De Rienzo, C.Saccoccio, F.Tonizzo, Una famiglia in più, UTET, 2004

C.Forcolin, Mamma non mamma, Marsilio, 2007

C.Forcolin, Io non posso proteggerti, Franco Angeli, 2009

Articoli precedenti