Ogni tanto mi viene il bisogno di ricordarlo, a noi e a chi ci chiede della nostra storia.
La nostra storia con Paoling è nata come un affido ma da tempo non lo è più.

Era un vero affido per le intenzioni: chi ha letto l’inizio di questa storia lo sa, non abbiamo “barato”, non abbiamo fatto questo percorso per trovare un’adozione sotto mentite spoglie, eravamo pronti e corazzati per affrontare tutto, soprattutto il tanto temuto ritorno a casa.

Era un affido per le vicissitudini degli anni di incontri con la mamma, per tutto il suo svolgersi iniziale.

Ma ad un certo punto è cambiato, ancor prima della perdita di patria potestà da parte della mamma di Paoling. Paoling ha voluto sapere se poteva rilassarsi, considerare che non sarebbe mai andata via, e ad un certo punto i servizi hanno detto si.

E Paoling si è tranquillizzata. E ha smesso di chiamarmi Treorme. Da allora sono stata solo Mamma. Mamma è la parola che lei ha scelto per me. E il Principe è, ed è sempre stato, l’unico papà che Paoling abbia conosciuto.

Un giorno ho parlato con la sua prima assistente sociale che mi ha detto di aver pensato a noi per le serate di presentazione dell’affido, ma allo stesso tempo di aver poi rinunciato all’idea perché “questo si è rivelato tutto tranne che un affido” e potrebbe trarre in inganno.

Questo non è un affido. Ma Paoling aveva bisogno di un affido. E questo vorrei che ci ricordassimo tutti. Che senza l’affido le Paoling stanno in comunità, e tutti quelli che oggi mi dicono quanto lei sia dolce, e carina, ed equilibrata, e sensibile, un po’ mi fanno rabbia, perché Paoling lasciata in comunità sarebbe proprio la bambina incasinata che tutti metterebbero da parte.

L’affido è strano, è una strada di cui si conosce solo il primo passo. Ma vale proprio la pena di farlo.

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