Paoling voleva volare. Come tutti, come nei sogni, voleva vedere le nuvole dall’alto, voleva sentire il brivido e la felicità di stare con i piedi e la testa per aria, più in alto degli uccelli, sopra le case e le montagne.

Tante volte Paoling in questi due anni mi ha chiesto “Perchè io non posso volare?”

Giovedì scorso è arrivata, finalmente, la sua carta d’identità. Una cosa normale, un documento banale, nella solita carta un po’ fragile, con la foto, la professione (Studentessa) e l’altezza (1.25). E insieme è arrivato un sorriso incredibile.

E così sabato mattina, giorno del mio compleanno, come le avevo promesso, io e Paoling siamo volate a Roma. In giornata, andata e ritorno, due viaggi sulle nuvole e una bellissima passeggiata, anche se un po’ bagnata, con amici romani.

“Io volo!!!” diceva Paoling mentre parcheggiavamo la macchina all’aeroporto, “Volo!!!” ripeteva mangiando la brioche al bar con uno sguardo dolce ed emozionato, “Io volo!” mentre guardava dal vetro l’aereo che ci aspettava placido vicino al finger d’ingresso.

E io ho guardato, per tutto il tempo, in quegli occhi neri grandissimi e leggeri, senza ombra di tristezza o di ricordi difficili, senza niente di più che: “Io volo”. Qui, oggi, ora, semplicemente, “Io volo”.

E Paoling ha volato, sopra le nuvole, fotografando con gli occhi e con l’iphone quelle cose bianche che sembravano panna (ecco qui di fianco uno dei suoi scatti), bevendo il the offerto dalle assistenti di volo e raccontando che lei volava per la prima volta perchè “quando sei in affido non puoi fare proprio tutte le cose che vuoi”. (E così l’assistente di volo si fa spiegare bene cos’è l’affido, e ci confida che ci stava pensando da tempo, e alla fine la mandiamo dalla Cavallona… :))

Volava, Paoling, nel cielo di questo mio compleanno strano e meraviglioso, tutto passato a guardarla, perchè è uno spettacolo meraviglioso questa nana volante, che cresce e si libera, e lotta, e torna indietro, ma il cui viso mostra ogni giorno di più la bellezza e la forza di cui è capace.

Paoling non ha smesso di volare anche una volta a terra, mangiandosi con gli occhi quello che incontrava, in una giornata in cui il Colosseo, i mimi per la strada e le scale mobili della stazione Termini erano parte della stessa meraviglia, in cui la mano di amici nuovi è diventata un saldo appiglio per saltellare tra gente, negozi, pioggia e traffico, in cui l’incontro con due nonni inglesi sul treno diventa l’occasione per sfoggiare l’inglese imparato a scuola, “e mi raccomando prendete questi 20 centesimi che voi a Londra non avete l’euro, e così avrete un ricordo dell’Italia”.

E così è arrivata la sera, e ormai Paoling era una veterana dell’aria (il diploma del Battesimo dell’Aria Alitalia era già archiviato nella mia borsa e nella sua testa) e il volo di ritorno è stato veloce e tranquillo. Prima di scendere però Paoling è andata ad informare lo steward del fatto che le sue orecchie erano ancora tappate, nel caso gli servisse l’informazione.

A casa ha riabbracciato il suo papà, ha mostrato le foto, la medaglietta ricordo del Colosseo, e a fatica siamo riusciti a mandarla a dormire.

Il giorno dopo, col Principe e con lo zio, abbiamo guardato Felix che si lanciava dalla stratosfera. Ma, sinceramente, in confronto al volo di Paoling a me è sembrata poca cosa.

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