Non l’abbiamo nominata, qui a casa, nè a qualcuno (leggi Principe) è venuto in mente di festeggiarla. A scuola i bimbi hanno fatto un lavoro con per un settimanale locale, che uscirà mercoledi, e credo non abbiano portato lavoretti o altro anche per non creare imbarazzo a Paoling, che di mamme ne ha due.

Ma per me, che faccio la mamma da 9 mesi, è un giorno che ha un certo effetto.

Mi fa ripensare a come mi sono sentita nel corso di questa esperienza. Dai giorni dell’attesa, in cui ti immagini il tutto, infarcito delle tue speranze e buoni sentimenti, all’arrivo in casa, quando devi programmare ogni momento e imparare i meccanismi della sfida e della fiducia, e la sera vai a letto ancora tesissima, e pensi che questa non può essere una vita da fare a lungo, e con vergogna ti confessi che la temporaneità dell’affido poi non è così male in questa prospettiva.

Poi il tempo passa, un giorno alla volta, e succedono le cose importanti, i momenti forti, e ci si comincia a sentire più capaci, e l’affetto viene fuori, non sai da dove, e non è quello che ti eri immaginato, è diverso, è strano.

Te lo ricordi tu, o te lo ricordano gli eventi, o alcune frasi di questa bimba spaventata che hai davanti, che lei ha una mamma, una mamma che non ha mai fatto quello che doveva fare, che l’ha trattata male, che l’ha trascurata, ma che è sua mamma.

Non ho bisogno di sentir dire Mamma per essere sicura del legame che c’è tra di noi: è qualcosa di profondo, di umano, di forte. Sta nelle lacrime che consolo, in quelle che ci scendono all’unisono nei momenti di commozione, in quelle che nascondo quando non è il caso di farle vedere a lei, perchè sono di preoccupazione. Ma sta anche nei sorrisi, negli abbracci, nelle frasi e nei riti di famiglia che ormai la fanno sentire a casa.

Ma Mamma è la parola che lei usa per sentirsi sicura della sua appartenenza a noi. Me lo ripete, tante volte, la mia mamma, sei la mia mamma.

Sono la tua mamma, Paoling.

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