Non ci sono stati grandi sorrisi stamattina.

Quando Paoling si è alzata è voluta stare a letto con noi un po’ prima di scendere giù, come se avesse paura di vedere.

Un briciolo di stupore per i fiori brillantinati e per i pacchi, ma ogni apertura finiva con un “oh, che beeeelllo” finto come il sorriso che sfoggiava.

Ha giocato un po’ con il microfono di helli kitty e cantato, ma si è seduta a fare colazione con la faccia triste che aveva la mattina del suo compleanno.

Quando siamo salite in camera per cambiarci abbiamo parlato un po’.

T: Cos’hai Paoling?
P: Niente, mi sento felice.
T: Questo non è vero, Paoling, cosa c’è?
P: Niente.

Dopo un po’ arriva il suo solito sguardo di quando vuole che sia io a dire le cose:
“Volevi il Cicciobello che ti ha promesso la mamma?”
P: annuisce. Si.
T: “Ma Paoling te lo ha promesso la mamma, non dovevamo mica regalartelo noi”.
P: “Ma tu potevi regalarmelo e facevamo finta che l’avesse portato lei”.
T: “Ma tu lo sai comunque che non l’ha portato lei.”
P: “Ma mi ha detto una bugia”
T: “Può essere, ma non vuol dire che non ti vuole bene”
P: “Ma tu non me le dici le bugie”
T: “Non te le dico, perchè me ne hanno dette tante quando ero piccola, me le diceva il mio papà, e io mi sono promessa di non dirle mai ai miei bimbi”.
P: “Ma tanto lei non me lo porta, mi dice sempre le bugie”.

E’ vero, questa mamma dice bugie, promette, fa casino.
Ma è vero, accidenti, e non possiamo fare finta che non sia così. Paoling è piccola ma deve imparare a non aspettarsi dalla mamma cose che non può darle, altrimenti non salverà questo rapporto con lei.

Parliamo, ci abbracciamo, lei mi sta in braccio sgusciando come un pesce fuori dall’acqua ma mi stringe, vuole continuare, io non so che dire.

Sembra migliorare però, e quando andiamo a pranzo da mia mamma con gli altri nonni e alcuni parenti all’inizio ci spero che tutto vada bene.

Dopo 10 minuti Paoling corre per la casa gridando e ad un certo punto da due schiaffi al Principe.

La chiamo, l’abbraccio, le parlo seriamente, mi guarda, ricominciamo il discorso difficile.
Lei non vuole stare con gli altri, vuole stare di sopra, con me.

Prende la bambola che le ho regalato, non è un cicciobello, è una bambola di pezza con tanti vestiti, la stringe. Provo a spiegarle che quella bambola è proprio il simbolo del mio amore per lei, non è quello che lei doveva avere dalla mamma, è una cosa diversa, una cosa nostra.
“Una cosa morbida e calda e dolce” mi fulmina lei aprendo un sorriso.

Lei vuole dormire un po’, la lascio lì con la sua bambola Martina, mi sta venendo la febbre e mi viene da piangere.

Torno a vederla tante volte. Alla fine è sveglia.

Mi dice vieni qui con me.
Mi guarda, mi sorride, mi dice ti voglio bene nel suo modo dolce e timido di quando lo dice dal cuore.
La guardo nella penombra della mia stanza da bambina, e cominciano a scendermi le lacrime.
Lei mi chiede perchè piango.
Io le dico la verità.
Perchè non so che fare, amore mio, non so proprio come toglierti questo male.
Non posso fare la parte che deve fare la tua mamma, posso stare con te e aiutarti e volerti bene.
Se potessi prendermi questo male che ti fa piangere a Natale lo farei, ma non so farlo, perchè tu sei qui e mi dici che stai male anche perchè Babbo Natale è venuto a portarti i regali stanotte, e prima non lo hai mai fatto, e tu pensi di sapere il perchè.
E questo perchè fa tanto male.

Mi abbraccia, mi dice ti do un bacio anche se le lacrime mi fanno schifo (eh eh lo so Paoling!) mi dice che lo sa che non so cosa fare, altrimenti lo avrei fatto e avrei risolto tutto.

Verso le 5 scende con me.
Ci sono i regali, le persone la salutano, lei non ne ha voglia.

I pacchi per un po’ la impegnano, poi chiede “altri regali”.

Lo sguardo è già di nuovo strano.

Siamo tornati a casa, io ho la febbre alta e sono a letto.

Devo dire che ho passato tanti Natali a piangere e soffrire, e questo comunque mi sembra l’unico del quale sperare ne sia valsa la pena.

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