Viene la sera, è ora di andare a fare una doccia e mettersi il pigiama.

La fanciulla come fa spesso decide di fare la smorfiosetta, risponde male mentre la aiuto a lavarsi.

Le dico: “Dai Paoling smettila di fare l’antipatica”.

Non me ne rendo conto subito, ma quella frase ha colpito un punto difficile.

Lei dice “Se sono antipatica sono cattiva e devo stare da sola”.

Io: “Tu vuoi stare da sola?”

Lei: “No, ma devo, sono cattiva e devo stare da sola chiusa”

Io: “Io non l’ho detto, e non ho neanche detto che sei anticpatica, ho detto solo di non FARE l’antipatica, non è mica la stessa cosa”

Lei: “Me l’ha detto mia mamma, che sono cattiva e antipatica e psicopatica e che devo stare da sola chiusa quando faccio così”.

BUM.

Ecco il punto, ecco il tasto.

Le stiamo insegnando a non fare i capricci, a non comportarsi male.

Ma che succede quando si comporta male?

Io: “Mi dispiace ma secondo me non è così che si deve fare. Secondo me quando ti comporti male bisogna dirti di non farlo più, ma non lasciarti da sola”

Lei: “Ma la mamma lo faceva”

Io: “Ma anche le mamme sbagliano a volte, anche gli adulti sbagliano a volte, e secondo me lasciarti da sola è sbagliato”

Lei: “Ma se sono antipatica è una cosa brutta, e vuol dire che sono cattiva”

Io: “No, non sei antipatica, qualche volta FAI l’antipatica. Vuol dire che qualche volta invece di rispondere gentilmente decidi di rispondere male. Ma non sei nè antipatica nè cattiva”.

Lei: “Ma antipatica è una cosa brutta, e se lo faccio vuol dire che lo sono”

Io: “No, se lo fai vuol dire solo che qualche volta invece di rispondere gentilmente decidi di rispondere male”.

Lei: “Ma antipatica è una cosa brutta, e se lo faccio vuol dire che lo sono”

Inizia qui un periodo di almeno 30 minuti in cui abbiamo continuato a ripeterci, con poche varianti, questi concetti.

Se ho continuato, tenacemente e con voce ferma, in questo scambio di frasi, è stato perchè ho visto che lei ascoltava, nonostante ripetesse sempre la stessa cantilena, vedevo nei suoi occhi un’attenzione ed una voglia di capire e di comunicare, come una sete che le mie parole sembravano a poco a poco calmare.

E’ arrivato anche il Principe, ha provato a spiegarle che lei è buona e non cattiva, ma per me era chiaro che il suo problema non era quello.

Il suo terrore era: ma se mi comporto male voi non mi volete più bene.

Siamo lentamente arrivate a quel punto lì.

Le ho detto, battendo il pugno a terra (eravamo seduti sul pavimento della sua stanza), “per noi tu sei tu, e ti vogliamo bene sempre, quando fai la brava e quando fai la cattiva”

Lei: “ma se faccio la linguaccia o se rispondo male è una cosa brutta”

Io: “si, e io devo dirti di non farlo, ma è solo una cosa che fai, non una cosa che sei”

Lei: “ma se io faccio la linguaccia tutto il giorno tu poi non mi vuoi più perchè sono cattiva!”

Io a quel punto mi avvicino, mi metto in ginocchio sporta in avanti verso di lei e le dico:

“Puoi fare tutte le linguacce del mondo, puoi fare i capricci, urlare, fare i dispetti anche tutto il giorno, ma noi non ti manderemo mai via, noi ti vogliamo bene, sempre”

Lei mi ha guardato con un guizzo di curiosità. Ho continuato.

“Noi siamo una famiglia, e ti ricordi cosa hai sentito l’altra sera nel cartone Lilo e Stitch? Famiglia vuol dire che nessuno viene dimenticato e nessuno viene lasciato solo. Non importa quello che fa”

Lei ha accennato un più timido : “ma se io sono antipat…”

Io l’ho bloccata con un forte: “no, tu non sei antipatica, sei una bambina fantastica, e questo vale per me e per il Principe. E ti vorremo sempre bene. Capito?”

E’ strano come questa che sembrava un litigio, con noi che parlavamo entrambe forte, fosse invece una enorme dichiarazione d’amore. Era chiaro che lei la stava prendendo così, come un momento importante per comunicare. Non c’era rabbia, c’era solo voglia di farsi sentire.

Lei ha ceduto, si vedeva nei suoi occhi che era contenta.

Io e il Principe ci siamo seduti vicini, e l’abbiamo chiamata per un abbraccio di tutta la famiglia.

Lei all’inizio si vergognava, ha chiesto dell’acqua, lui è andato a prenderla.

Poi le abbiamo teso le mani, le abbiamo detto ti vogliamo bene, se ci vuoi bene anche tu vieni nell’abbraccio. Lei ha fatto segno di no… le ho chiesto: ci vuoi bene almeno così? (due dita) lei : si. Poi ho fatto segno con le mani, circa 20 cm: ” e così?” lei: si.

Allora quanto? Le ho chiesto. Lei ha aperto le braccia e sorriso.

Le ho detto: adesso conto fino a 120, poi tu vieni nell’abbraccio.

Ci è volata addosso quando sono arrivata a 35.

Era come un uccellino, leggera e felice, sollevata da questo peso e questa paura.

Il Principe l’ha presa in braccio, e lei ha voluto che anche io camminassi abbracciata  a loro.

Siamo andati a vedere la fine di Biancaneve.

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