Ieri le due piccole della comunità sono venute a passare una giornata a casa nostra con noi. Quando siamo andate a prenderle la piccolina era elettrizzata, saltellava, rideva, diceva “quando andiamo?”, ci abbracciava e riprendeva a saltellare. La maggiore si teneva come sempre sul bordo delle cose, come ogni domenica quando arriviamo ci guarda un po’ timida e poi si lascia andare. Era lì che riordinava la stanza, un po’ confusa, ma ha sorriso quando le ho chiesto: “andiamo?”

Dopo un viaggio in macchina tutto fatto di: “è questa la tua casa? è quella li? quella la?” appena siamo arrivati davvero hanno riconosciuto subito i cani, salutandoli come se li avessero visti mille volte, anche se un po’ spaventate dalla loro mole. A fatica sono riuscite ad entrare tra code svolazzanti e tentativi di baci canini, poi hanno visitato la casa.

Arrivate nella stanza con il letto a castello hanno fatto volare via le scarpe e si sono messe tutte e due al piano di sopra, abbracciate al grande orso di peluche che viene ancora da casa di mia mamma. Poi è arrivato su il cane piccolino, e la macchina fotografica, e quindi si sono messe a fare le fotografe a turno, scattando istantanee di qualsiasi cosa. Il povero cane pur di rimanere in casa si lasciava trattare da modella e si metteva in posa, e poi queste piccole manine che lo accarezzavano gli piacevano sicuramente tanto!

La macchina fotografica è stata la costante di tutto il giorno, con le bimbe che ogni tanto correvano a prenderla e scattavano a turno.

Insieme abbiamo preparato la pizza, apparecchiato la tavola e mangiato tranquilli.

Poi mentre la piccola fingeva di dormire sul letto a castello con il Principe che le raccontava le storie io e la più grande abbiamo improvvisato una ricetta di torta, con tanto di farina rovesciata ovunque, in due gusti: al cioccolato nella formina a cuore, alla mela nello stampo di silicone a forma di farfalla.

Disegnando sulla lavagnetta insieme a mia mamma il tempo fino alla merenda è passato velocemente, e dopo aver mangiato le nostre creazioni ed aver impacchettato quello che rimaneva per gli altri bimbi della comunità abbiamo giocato al Mercante in Fiera, con la piccola che sbaragliava regolarmente gli avversari grazie ad una fortuna più che sfacciata e finiva gridando: ho vinto perchè sono il capo!

Un’ultima partita a calciobalilla in piedi sulle sedie, e poi era davvero ora di tornare a casa.

La piccola ha iniziato a piangere dicendo che lei voleva dormire nel letto a castello.

La grande mi ha guardata e mi ha detto: ma se in quella stanza non ci abita nessuno, non possiamo abitarci noi?

Abbiamo consolato la piccina, e spiegato a tutte e due che chiederemo il permesso la prossima volta di tenerle una notte a dormire qui. Abbiamo chiesto loro di collaborare, perchè se le avessimo riportate in ritardo o tristi difficilmente sarebbero potute tornare a trovarci, e invece sarebbe stato bello ripetere questa giornata tante volte.

Nonostante un ostruzionismo da professioniste, siamo riusciti ad essere in macchina ad un orario decente. La domanda loro era sempre la stessa: allora ora chiedi se possiamo tornare? ma allora quando sarà, sabato prossimo?

Arrivati in comunità la piccola è corsa come una matta a raccontare tutto quello che era successo, mentre la grande camminava piano, stando vicino a me. E’ rimasta attaccata alla mia gamba, silenziosa, e io le accarezzavo la testa mentre parlavo con l’educatrice e le raccontavo di come si fossero comportate bene, specialmente lei che aveva aiutato in cucina ed era stata sempre buona e giudiziosa. Mi ha abbracciato, ma non mi guardava in faccia, e stava piangendo silenziosa.

Quelle lacrime senza singhiozzi mi hanno davvero fatto male. Non il pianto dirotto e capriccioso della piccolina che non voleva che finisse un pomeriggio divertente e diverso in cui loro erano protagoniste felici, quello era un pianto leggero, da consolare con un abbraccio e la promessa di vederci ancora. Il pianto della più grande, che poi è sempre uno scricciolo di 6 anni, era diverso e non era un pianto per noi. Era la sua tristezza, il confronto con quella mamma che ha sempre dentro di se, probabilmente con quel giorno di Natale passato in famiglia al freddo e senza acqua corrente, lo stare in bilico tra quello e questo. E non essere in nessun luogo. Quando le ho detto: mettiamo i dolci rimasti nella pellicola così li porti a casa lei mi ha guardato e mi ha detto, candidamente: non è una casa, è una comunità.

Mentre guardo e riguardo la presentazione delle 267 fotografie che hanno fatto le piccole ieri, penso a quello che scriveva Gianni Rodari:

Quanto pesa una lacrima?
La lacrima di un bambino capriccioso pesa meno del vento.
La lacrima di un bambino affamato pesa più di tutta la terra.

Queste bambine di fame, dentro, ne hanno proprio tanta.

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