L’invito alle due serate arriva via email.

Un po’ emozionati arriviamo più di mezz’ora prima, proprio da provincialotti, come se la città non fosse la solita vecchia Xxxxxx, grigia e polverosa ma anche viva e piena di bellezze. Come noi, le riconosco dall’aria un po’ sperduta, ci sono due signore un po’ oltre la mezza età.

La sala si riempie a poco a poco, arrivano coppie, una famiglia, alcune donne single. Sono tutti volti un po’ timidi, è la prima sera.

L’incontro viene tenuto dalla stessa assistente sociale che ci ha accolti la prima volta insieme ad una presenza imponente e materna, una donna speciale, lo si vede già dal sorriso, che si rivelerà poi davvero formidabile nel corso delle due serate.

Cominciamo a sentirci a nostro agio, ad ognuno viene chiesto di presentarsi e si ascoltano le storie. Si inizia con una bionda tutta ben vestita che parla di “bambini disadattati” e di quanto amore da donare a loro lei abbia, si continua con due coppie di ragazzi, famiglie normali che vogliono aprirsi dopo aver visto i cartelloni della campagna affidi cittadina. C’è poi una coppia di mezza età, dal forte accento della nostra regione e dagli sguardi dolci e fieri, che hanno letto su una rivista uno degli appelli del servizio sociale per un ragazzo adolescente e si sono proposti. Ci siamo noi, e poi una famiglia di 4 persone, mamma bionda e papà magrebino, due figlie poco più che adolescenti, una delle quali è il motore della loro presenza qui. Accanto a loro le due signore che aspettavano fuori con noi, sono sorelle e vivono in campagna, proprio vicino a noi. Completa il gruppo un’altra signora single. Tutti un po’ con la stessa idea: siamo qui, stiamo bene, vogliamo aprirci, accogliere.

Le informazioni sono sempre le stesse, ma mai come questa volta giova ripeterle, riascoltarle dalla voce calma e gentile di chi ci parla, rivedere negli occhi degli altri le nostre stesse paure e lo stesso entusiasmo. Ascoltiamo esperienze di affido, forse vere o forse semplici esempi per farci capire quali tipi di affido ci sono, e quali possibili storie diventeranno forse un giorno la nostra.

Prima di andare a casa ci fermiamo un po’ a parlare con le due assistenti sociali. La nostra esperienza passata nel piccolo consorzio le incuriosisce, provano a capire senza dare giudizi, e alla fine ci rassicurano. “Avete cominciato un po’ male, non può che migliorare”.

E’ la sicurezza che avremo una risposta quella che ci rende fiduciosi. Il percorso conoscitivo avrà un momento, detto di “restituzione” in cui ci verrà detto se siamo idonei o no. Mi sembra un sogno in confronto a quanto accaduto prima. Per noi il problema pare essere il fatto di non avere ancora figli naturali e di essere giovani. Credo si tema che vogliamo avere con l’affido il figlio che non abbiamo ancora avuto. Ci abbiamo pensato molto, abbiamo fatto molta autocritica su questo e siamo sempre più sicuri che non è questo che ci spinge.

Alla seconda serata ci sono quasi tutte le stesse facce, manca solo la bionda dei “bambini disadattati”, chissà perchè me lo immaginavo, ed in più ci sono due ragazzi venuti da una provincia lontana. E’ la sera dei racconti delle famiglie affidatarie. Ce ne sono 2. Le loro storie ci prendono, ci incuriosiscono. Facciamo domande.

Torniamo a casa con in mente le due bambine di cui ci hanno parlato due genitori affidatari questa sera. Arrivate, a 4 anni e mezzo e 6 anni, in una casa con già 3 figli naturali, dopo alcuni anni in affido e dopo aver raggiunto un equilibrio in famiglia vengono separate. La bimba più piccola viene data in adozione, mentre l’altra non è adottabile in quanto il padre (le bimbe hanno due padri diversi) ha ancora rapporti con lei.

E’ difficile capire questa cosa, ma è questa la prospettiva dell’affido. I bimbi vengono accolti temporaneamente, e poi vanno via. Se tutto va bene, dovrebbero tornare in famiglia. Se la famiglia non può essere ricostruita, vanno in adozione.

Mi ha colpito la serenità della mamma affidataria. E’ così che deve andare, la bimba aveva il diritto di essere adottata. Rimane solo la preoccupazione per l’altra sorella, che ancora rimane nella precarietà dell’affido, con difficoltà a fare programmi e ad immaginarsi un po’ più in là di dopodomani.

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