Era ottobre, come ora. Dopo averne parlato molto avevamo inviato una mail al servizio sociale competente per territorio, un piccolo consorzio di Comuni. Era passato un mesetto, e riceviamo una telefonata che ci riempie di entusiasmo. Venite qui a colloquio il 20 novembre.

Tutti felici aspettiamo quella data. Nel frattempo leggiamo libri, parliamo, pensiamo.

Al colloquio le cose vanno bene. Parliamo di affido, cos’è, come funziona. Ci vengono fatte delle domande su di noi e sulla nostra famiglia. Abbiamo fratelli? I genitori sono informati della nostra scelta di affido? Cosa ne pensano? Al termine del colloquio ci viene presentato il “percorso” (si, si le virgolette le ho messe apposta). Faremo nel corso dei prossimi mesi 3 incontri con psicologa e assistente sociale e poi ci sarà una visita domiciliare per rendersi conto di che tipo di ambiente possiamo offrire. Poi ovviamente, ci avvertono, i tempi potranno essere lunghi perchè l’eventuale abbinamento con un bambino dipende dalle necessità del territorio e dalle emergenze in corso. Per fortuna al momento non ci sono emergenze.

Torniamo a casa molto allegri, sappiamo che ci vorrà tempo e pazienza, ma abbiamo cominciato!

A casa nostra vengono spesso bambini: sono 4 nostri “quasi nipoti”, figli di amici e parenti che hanno con noi un rapporto da veri zii. Quando sono tutti insieme è un delirio, e la stanza degli ospiti diventa un accampamento. Perchè allora non sostituire il lettone che c’è ora con due letti a castello? E perchè già che ci siamo non ricoloriamo la stanza? Detto fatto, la stanza è nuova, ogni parete ha un colore e sul muro c’è una bella filastrocca di Rodari scritta col pennello. I nostri nipoti ringraziano.

Il tempo passa, l’inverno è lungo e la promessa dell’assistente sociale di chiamarci a Gennaio non viene mantenuta. Ma siamo sposati da poco, pensiamo, avranno voluto darci tempo per maturare la cosa, la fretta non fa parte di questo cammino, lo sappiamo, e continuiamo ad attendere.

Arriva la primavera, e noi siamo sempre in attesa.

Un giorno squilla il telefono. Evviva. Ci invitano ad una serata di sensibilizzazione, ci andiamo. Viene anche mia mamma con noi, e mentre siamo lì saluta un suo amico. E’ il vicepresidente del consorzio, ma io non lo sapevo. Lo scopo dell’incontro è cercare famiglie per l’affido. Eccoci, siamo sempre convinti! Promettono di chiamarci la settimana seguente.

Passa un mese, e timidamente chiamo io. Salve, si ricorda di noi? Certo si, scusate ho avuto molto da fare. Sapete, siamo pochi e il lavoro è tanto. Ho visto la sua mamma l’altra sera, mi sono scusata anche con lei. Non c’è problema, rispondo, la fretta non fa parte di questo cammino, è ormai il mio mantra. Venite il prossimo giovedì.

Ecco, finalmente inizieremo il “percorso”. Ma all’incontro c’è solo la psicologa, che ci dice che l’incontro “non vale” come percorso perchè c’è solo lei ma comunque parliamo per circa un’ora di noi, della nostra storia e del nostro rapporto. Ci richiameranno.

Dopo due settimane di silenzio chiamo io. Cominciano a venirmi dubbi e ricomincio a pensare alle parole dette durante il primo incontro di tanti mesi prima e durante le telefonate. Non abbiamo attualmente bisogno di famiglie afifdatarie perchè fortunatamente non ci sono emergenze, ma vi metteremo nella nostra banca dati. Non abbiamo avuto tempo di chiamarvi perchè ci occupavamo di adozione che è una cosa più importante, ha dei tempi dettati dal tribunale dei minori. Chiedo, sempre timidamente perchè la paura del giudizio è grande in questi rapporti con i servizi: voi avete bisogno di famiglie affidatarie? Una mia amica mi ha consigliato di andare a Xxxxxx (città grande) perchè loro stanno facendo campagna e dicono di avere molte necessità. La risposta mi gela, la sua voce si alza di tono: non si azzardi ad andare altrove, ognuno deve fare il suo mestiere, dica alla sua amica di farsi i fatti suoi, io sono la responsabile e le dico che le direttive regionali parlano chiaro, qualsiasi servizio serio se lei ci andasse la rispedirebbe da me. Sono di ghiaccio, mi vergogno per la domanda che ho fatto. Ci da appuntamento per la fine della settimana.

Quando arriviamo tutto è rosa, a partire dal vestito dell’assistente sociale. Sorridono, ci chiedono scusa per l’attesa. Io rispondo che secondo me nessuno ci deve delle scuse, e che noi abbiamo pensato che l’attesa fosse voluta per darci modo di riflettere. Loro dicono in coro che non è così, è solo che c’erano le adozioni prima e ci sono voluti 6 mesi per finire le pratiche. Io dico che a chi sta a casa ad aspettare i dubbi vengono. Loro rispondono certo è vero, ci dispiace. Noi diciamo: beh, comunque ora siamo qua, il percorso può cominciare. Ci rifanno le domande della prima volta, la vostra scheda non si trova ma andrà bene anche un foglio qualsiasi, prendo appunti e poi la trascrivo con calma quando mi capita in mano, avete fratelli? i genitori sanno dell’affido? cosa ne pensano? Rispondiamo di nuovo a tutto. Come vi immaginate un eventuale bambino a casa vostra? Non sappiamo, siamo aperti alla disponibilità per chi ne abbia bisogno, forse visto che siamo una famiglia giovane anche anagraficamente un adolescente non si troverebbe bene da noi. Eh no, anche voi come tutti gli altri, un adolescente è ancora come un batuffolo di cotone, può assorbire ancora tutto, tutti con gli stessi pregiudizi. Interviene la psicologa, sorride, e dice che è invece fondamentale come ti senti tu rispetto ad un’esperienza del genere. Guarda mio marito che sembra ancora un ragazzo, e lo rassicura. Bene, ci dicono, noi abbiamo capito. Per noi siete idonei, adesso appena trovo la scheda vi mettiamo nella nostra banca dati, ma voi sappiate che ci vorrà tempo, forse degli anni, questo è un territorio fortunato senza grossi problemi, voi attendete fiduciosi. Chiedo: ma, il percorso, la visita a domicilio? Risposta: noi abbiamo la professionalità per capire anche da questi pochi incontri, al massimo se e quando ci fosse un abbinamento verremo a casa vostra. Sorrisi e strette di mano ci accompagnano, quasi spingono, fuori.

Fa caldo fuori, è fine giugno. Ci sentiamo sconfitti. E vagamente presi in giro. Ma chi siamo noi per giudicare il lavoro degli operatori? Forse il loro è un modo per dirci che non siamo idonei.

Restiamo un po’ al parcheggio, senza parlare. Ci sentiamo soli. Quasi in colpa per averci provato. Quasi come se avessimo voluto appropriarci del figlio di altri al posto del nostro che non c’è e fossimo stati fermati.

Ma, lo diceva anche Rossella O’Hara, Domani è un altro giorno.

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